
Sono ripartito di nuovo, quasi senza accorgermene, lasciando pensieri che si accumulavano giorno dopo giorno a scuola, progetti in sospeso, correzioni da ultimare, riunioni… cose che sicuramente avrei ritrovato al mio ritorno. Avevo bisogno di respirare aria nuova e fresca, quella freschezza che solo i luoghi capaci di toccarti dentro sanno restituire. E così, mi sono unito ad un meraviglioso gruppo tra dirigenti e docenti di vari istituti scolastici, diretti verso la città di Arezzo: volti nuovi, con realtà di provenienza diverse, armonizzati dal desiderio di condividere esperienze, storie di vita e intessere nuovi legami. Una cosa certamente ci ha unito fin dall’inizio: scrutare strade nuove, che non fossero solo percorsi didattici, sulle quali incamminarci insieme con i nostri ragazzi, verso orizzonti concreti capaci di dare senso alle nostre esistenze. La meta prevista: Rondine, la Cittadella della Pace. Già dal pullman, sentivo che non sarebbe stato un viaggio formativo qualunque: si scorgeva un’esperienza di confronto e di crescita professionale in un contesto dove la relazione, l’ascolto e la gestione del conflitto possono diventare strumenti educativi quotidiani.
Fin da subito, il clima è diventato assai famigliare e il tramonto del sole in una classica giornata dell’estate di san Martino, che ci ha accompagnato durante il viaggio, lasciava spazio a un interrogativo che ancora oggi arde dentro di me: «come possiamo educare i nostri ragazzi/e a un futuro più umano, più consapevole, più capace di pace?».
Una breve passeggiata in discesa separa la fermata del pullman dalle poche case che danno forma al borgo medievale: il silenzio delle colline toscane ci avvolgeva, mentre il passaggio rapido dell’alta velocità rompeva di tanto in tanto quell’armonia naturale, ricordandoci la fretta del mondo da cui provenivamo. Era come vedere, nello stesso istante, la calma che desideriamo e la corsa che spesso subiamo e generiamo attraverso le nostre azioni quotidiane. Una breve e intenso cammino, aderente in tutto alla realtà che viviamo, ma profetico perché capace di ricordarci quel legame vitale e risanante con la natura che ci circonda e ci dà vita.

Quando ho varcato la soglia dell’edificio che ospita la scuola, mi sono trovato davanti agli occhi una meravigliosa frase di Gianni Rodari dipinta su una parete verde speranza:
- «Il coraggio di sognare in grande»: capita spesso a noi insegnanti di arrendersi ai grandi sogni! La missione di docenti ci chiede proprio questo: credere nel «pieno sviluppo della persona umana», anche quando le difficoltà sembrano enormi e le barriere sembrano insuperabili.
- «Il coraggio di dire di “no” quando è necessario, anche se dire di “sì” è più comodo»: oggigiorno è davvero più facile e conveniente pronunciare un sì anche se non vorremmo, poiché ci lasciamo corrompere dalle comodità che spesso accettiamo per mantenere un formale consenso pacifico. In un mondo dove il “sì” è spesso la via più comoda, educare significa avere il coraggio di scegliere ciò che è giusto, non ciò che è facile.
- «La coscienza del dovere che abbiamo di cambiare il mondo in meglio, senza accontentarsi dei mediocri cambiamenti di scena che lasciano tutto com’era prima»: cambiare non significa ritenere negativo ciò che abbiamo, ma è l’invito a raccogliere il positivo che abita le nostre relazioni, per rilanciarlo nuovamente verso orizzonti inattesi e con energia maggiore. Non con rivoluzioni improvvise, ma con trasformazioni concrete, quotidiane, che partono da ciò che possibile qui e ora.
Sognare in grande, dire di “no” quando è necessario, cambiare il mondo in meglio, si presentano subito come l’antipasto per poter entrare con i commensali e sedere attorno al tavolo di Rondine. Una tavola imbandita dalle diverse nazionalità presenti, molte delle quali in stato di guerra, dove nulla è scontato e dovuto, ma proprio per questo tutto è valorizzato e accolto. Persino la lingua: si è deciso di non parlare l’inglese tra quelle mura, forse più comodo per tutti, bensì l’italiano, lingua che costringe tutti ad apprenderlo ex-novo in quanto non internazionale. Ancora una volta sembra la parola protagonista e «la chiave fatata che apre ogni porta!» Questa è una portata di grande valore! Tutti rinunciano a ciò che magari è più facile e comodo, l’inglese, sinonimo di una confort-zone internazionale, forse immagine di tanti pregiudizi di cui ci armiamo prima di incontrare una storia e un volto, per imparare una lingua nuova, che desidera portare tutti in una condizione di uguaglianza.
Forse è proprio una delle vie da percorrere per entrare e vivere un conflitto, non come un problema dal quale trovare la strada per uscire da super eroi vittoriosi, ma come l’occasione per lasciarsi trasformare per generare cambiamento. Simbolo di questa trasformazione è la lavatrice: a Rondine è l’ospite d’onore, “metafora educativa” in quanto invita tutti a non chiudersi nel proprio spazio, con i propri abiti su misura ma a prendere coraggio e lavare tutto insieme in quanto il conflitto non lo risolvi da solo, ma esclusivamente nella relazione, nella condivisione. Quanto mi hanno colpito le parole di una ragazza che vive in prima persona questa esperienza: «finché non sei disposto/a a lavare i tuoi panni nella lavatrice insieme a chi condivide lo spazio con te, difficilmente sarai disposto/a e in grado di superare un conflitto» poiché questo semplice gesto insegna a condividere spazi, responsabilità e fragilità per una “convivenza trasformativa”.

È proprio vero: per superare il conflitto bisogna viverlo e per viverlo bisogna condividere tutto, senza riserve egoistiche. Nasce una relazione profonda, dalla quale non vuoi fuggire ma desideri starci, la sola in grado di trasformare le ferite in feritoie, esattamente come abbiamo visto accadere a Salamanca, presso Escuela Santiago Uno. «Qui impari che fuggire dal conflitto significa fuggire dalla pace»: non vale solo per i paesi oppressi dalla guerra, ma anche e soprattutto nei nostri piccoli quotidiani conflitti tra alunni, tra docenti, tra famiglie. «Rondine non è per tutti» ma è aperta a tutti: «è per chi vuole capire che la parola conflitto non rappresenta sempre qualcosa di negativo… a volte c’è anche il seme del cambiamento».
Significativa è stata la scelta di costituire chiesa giubilare nel territorio di Arezzo (dieci in tutto) in questo Anno Santo 2025, proprio la chiesetta che si trova in questo borgo: avere il coraggio di sognare significa avere il coraggio di varcare la soglia del cambiamento, della conversione che attraversa tutti i livelli della persona, un luogo dove il cambiamento non è solo possibile, ma quotidiano.
Tutto ciò è praticabile e concreto, partendo dall’ascolto capace di generare fiducia perché fa sentire tutti accolti senza alcuna distinzione; da qui ci si prende per mano e ci si sente accompagnati l’uno con l’altro all’interno di un cammino che fa della relazione il suo fuoco vitale: il risultato finale si configura non come il taglio del traguardo da parte del singolo dopo aver raggiunto la vetta ma come l’accoglienza di un dono che riempie tutti e fa gioire per la sua smisuratezza. Saper gestire e attraversare il conflitto, non si ferma alla conquista del ritenersi capaci, ma si diffonde in tutte le dimensioni della vita che si attraversano: perché educare non equivale ad eliminare il conflitto, ma imparare a starci dentro con coraggio, fiducia e sguardo aperto. Come avviene a Rondine, così è possibile viverlo ovunque, nella vita vera.
E come ogni buon pasto non può mancare il dolce: anche qui nella cittadella della Pace non si è fatto attendere. La testimonianza di coloro che operano in questa realtà non nascondono la soddisfazione quando i loro alunni gioiscono per un nuovo traguardo raggiunto in quanto in grado di gestire il conflitto, non solo all’interno del contesto scolastico, ma anche nella propria famiglia e negli ambienti sociali di vita comune. Partecipare a questa mensa imbandita come commensali attorno alla quale tutti sono coinvolti in prima personeper trasformare le proprie fragilità in possibilità di cura per gli altri, è una conquista di e per tutti!
Bisogna avere il coraggio, il coraggio di abitare, il coraggio di scendere dalle comodità, per poi risalire e riprendere la strada della quotidianità come «guaritori feriti» capaci di prendersi cura del prossimo e insegnare a propria volta l’arte che sana e rigenera a partire dalle proprie radici. Sono tornato da Rondine con un’immagine nel cuore: l’albero che accoglie gli studenti, radici luminose che brillano più forte quando intorno cala l’oscurità. Forse il coraggio, quello vero, è proprio questo: lasciarsi illuminare e, allo stesso tempo, diventare luce per altri.




