“Partire per ricominciare”. E scoprire a Salamanca come la scuola sa curare

“Partire per ricominciare…”. Così cantava Irene Grandi: «Prima di partire per un lungo viaggio, porta con te la voglia di…». È  vero, non si è trattato di un lungo viaggio il job-shadowing a Salamanca ma di un’esperienza intensa e immersiva in una realtà nuova e molto radicata nella vita della città spagnola. E come tutti i viaggi, quando parti hai tanta voglia di scoprire, di conoscere, di prendere spunto e, non nascondo, qualche timore nel sentirsi all’altezza dell’esperienza, nel poter raccogliere qualcosa di significativo da poter condividere con i colleghi/e al rientro a scuola e… tanto altro.
Insomma, mi sembrava di avere tra le mani un mare di cose ma appena ho varcato la porta di Escuela Santiago Uno di Salamanca, tutto sembrava essere cascato fuori e, in poco tempo, mi sono ritrovato a mani vuote. Oserei dire, un grande atteso imprevisto agli arbori di questa avventura è accaduto, ma questo è stata la condizione per poter accogliere qualcosa che andava oltre le proprie aspettative. Nella vita di un docente non si può pensare di essere sempre full, ma occorre svuotarsi quotidianamente per poter accogliere ciò che si vive: l’atteso imprevisto.

Ecco allora che risuonano nelle mie orecchie le parole di un’altra canzone, quella di Cesare Cremonini: «Coraggio, lasciare tutto indietro e andare, partire per ricominciare… quanta strada ancora c’è da fare…». Parole autentiche e profetiche per la vita di un insegnante: nessuno può sentirsi arrivato e accomodarsi nelle proprie sicurezze perché la vita è un continuo e costante movimento in cui ancora “tanta strada da fare” ci attende. “Lasciare tutto”, lasciare una settimana di scuola per recarsi in un altro luogo per me è stato non dimenticare ciò che ho lasciato, la routine quotidiana, alla quale spesso tornava il pensiero anche solo per i messaggi whatsapp che arrivavano, ma è stato un “lasciare per prendere”; prendere tempo per respirare qualcosa di nuovo insieme a Rita, Elena, Rosaria che condividevano il viaggio e a chi incontravo ogni giorno: tante storie, tanti volti, tanti luoghi… Ogni volto incontrato è stata un’energia nuova che mi veniva trasmessa a livello umano, professionale, culturale e spirituale per poter “ricominciare”!

Varcando quella porta, mi sono sentito come uno dei meravigliosi ragazzi e ragazze che da lì transitano ogni giorno con il desiderio di trovare un valore aggiunto alla propria vita, alla propria avventura! E così quella porta, ha aperto tante altre porte inaspettate: i vari luoghi visitati e le sorprendenti testimonianze incontrate mi hanno confermato come dalle ferite si può rinascere ancor più forti! Non solo… si può prendersi cura di chi è ferito con maggiore consapevolezza e grande artigianalità: che bello vedere il desiderio di ragazzi pronti a diventare loro stessi educatore della comunità che li ha accolti e fatto riscoprire il senso profondo della vita! L’educatore e l’insegnante come un “guaritore ferito” (Nouwen H.) che cura con competenza e umanità perché lui stesso curato e guarito: è questo l’intreccio delle generazioni che imparano a prendersi cura l’una dell’altra.



Tornato a Bergamo, la mente non faceva altro che ripensare alle infinite storie che hanno toccato il mio cuore e nel tentativo di raccogliere alcune idee appuntate sul taccuino di viaggio, desidero condividere alcune riflessioni.
Quanto è importante “tenere la porta aperta” poiché da ogni dove può arrivare un riflesso della luce, della verità dalla quale tutti siamo attratti! Tante volte questa luce arriva da volti inaspettati e accecati dai nostri pregiudizi ma tante volte, senza alcuna pretesa egoistica, noi stessi siamo il riflesso per altri di quella medesima luce.
“Tenere la porta aperta” significa anche permettere all’altro di varcare la soglia per poter essere accolti in un ambiente nuovo, caloroso, famigliare dentro il quale è possibile costruire una relazione profonda e radicata che diventa “casa” per chiunque, “porto sicuro” alla quale approdare ogni istante.
Un ambiente caloroso trasmette un senso di unità in cui ti senti avvolto, non come una campana di vetro che ti protegge, ma come un abbraccio che ti lascia aperto lo spazio verso l’infinito e ti invita a lanciarti con determinazione per poter realizzare la tua vocazione di uomo e di donna.
“Permettere di potersi realizzare” significa riconoscere il valore e l’importanza di ogni vita umana che è utile per tutti perché preziosa e unica: sentirsi utili in una società dove spesso e con facilità si emargina e si produce scarto, significa promuovere l’onesta, la convivenza rispettosa… oggi siamo abituati a pretendere, ma, come ci ricorda Cremonini, è importante «Prima di pretendere qualcosa, prova a pensare a quello che… dai tu».

Un recente discorso di Papa Leone XIV al mondo educativo ricorda: «al centro dei percorsi educativi devono esserci non individui astratti, ma le persone in carne ed ossa, specialmente coloro che sembrano non rendere, secondo i parametri di un’economia che esclude e uccide». Quanto è bello e sorprendente accogliere ciò che gli alunni ti consegnano ogni volta che entri in un’aula ancor prima che tu li saluti… e loro, i più piccoli, sono fatti così: si fanno avanti senza tanti pregiudizi, ti spalancano gli occhi e tu non puoi far finta di niente. Sei chiamato a valorizzare ciò che ti offrono e ti ricordano che tutti sono utili e importanti tasselli per costruire il mosaico del futuro.
Per attuare ciò, è indispensabile avere uno sguardo positivo verso chi incontri in cui l’obiettivo prioritario è trovare una soluzione a qualunque barriera: quante difficoltà incontriamo ogni giorno nella vita della scuola, ma queste non vanno solo verbalizzate, occorre andare oltre… occorre aggrapparci a quel positivo che contengono e mostrano, ancor prima di riconoscere la difficoltà, e da lì costruire: «siamo chiamati a formare persone, perché brillino » (Papa Leone XIV). «E per quanta strada ancora c’è da fare, amerai il finale»: il bambino impara a fare da solo, come se io non ci fossi più…

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