Previtali: l’avviso del ministero per dare senso alle soft skill. La nuova responsabilità dei docenti per cambiare la didattica a scuola

La scuola italiana è chiamata alla prova della realtà, a colmare un ritardo che non è più solo didattico, ma culturale. Le competenze non cognitive, le abilità trasversali, che significano motivazione, pensiero critico, collaborazione, capacità di lavorare in gruppo, responsabilità restano spesso dichiarazioni di principio, poco integrate nella pratica didattica quotidiana. Socrate interrogava i propri studenti e li allenava ad affinare le competenze più sensibili sotto un platano. Oggi la scuola e i suoi docenti si stanno interrogando sullo stesso tema non sotto un maestoso albero, ma in tante le occasioni e in ambienti diversi: non solo su cosa insegnare, ma su come preparare davvero gli allievi e gli studenti ad affrontare la complessità del mondo, renderli consapevoli per orientarsi, poter scegliere, costruire il futuro.

Parte da questa riflessione e sollecitazione, molto nette e dirette, l’intervento di Damiano Previtali, professore e presidente del Consiglio superiore della Pubblica istruzione. Osservazioni pronunciate davanti a una platea di docenti durante un webinar con quattro protagonisti relatori ed esperti del mondo della scuola e dell’economia, e organizzato dall’ente specializzato TuttoScuola. L’intervento di Previtali cade a meno di dieci giorni dalla scadenza del 30 aprile, giorno in cui si chiude la finestra aperta dall’avviso pubblico del ministero (DD n. 537 del 30 marzo scorso), con cui si chiede per la prima volta alle scuole di progettare e sperimentare modelli concreti, capaci di diventare riferimento nazionale in tema di sviluppo delle competenze social-emotional a scuola.
L’idea forte è dare il via a una sperimentazione nazionale rivolta a tutte gli ordini di scuola, dall’infanzia fino all’educazione per gli adulti, i centri provinciali per l’istruzione.  Si spinge per ripensare in un nuovo modo l’intera progettazione didattica, per la costruzione di un diverso ambiente di apprendimento e di nuove pratiche di insegnamento.


La sensazione è che l’avviso del ministero rappresenti “un passaggio decisivo”. Ma proprio per questo Previtali invita i docenti a non ridurre le soft skill a un’etichetta vuota, come invece si riscontra in molti casi.
Il quadro normativo però è chiaro. La legge 22 del febbraio 2025 e il decreto ministeriale 6 del gennaio 2026 non introducono un nuovo “contenuto”, ma una diversa prospettiva: “ripensare la progettazione educativo-didattica – spiega Previtali – e costruire ambienti di apprendimento coerenti con la complessità del presente”. Lo sottolinea meglio, poco dopo: “La norma non vuole aggiungere qualcosa, ma portarci a riflettere sul modo in cui accompagnare gli studenti a crescere. Ecco, oggi si presenta questa opportunità”.


Nell’intervento del presidente della Consiglio della Pubblica Istruzione non si esita a evidenziare come il punto di partenza sia però segnato da una contraddizione netta. Da un lato, la scuola dispone di strumenti consolidati; dall’altro, fatica a generare apprendimenti duraturi. I dati internazionali richiamati nel convegno sono espliciti: l’Italia resta in fondo alle classifiche Ocse per competenze di lettura in età adulta. “I nostri studenti escono da scuola con le strumentalità della lettura, ma poi le perdono, non hanno più l’interesse a leggere” osserva Previtali. Peggio ancora in classifica del dominio delle abilità di problem solving. Sono tutti dati che rimandano direttamente alla carenza di quelle dimensioni motivazionali e relazionali che costituiscono il vero cuore delle competenze socio-emozionali.


Anche i dati presentati rafforzano questa lettura. E la evidenziano maggiormente quando si allarga il contesto al mondo del lavoro o delle organizzazioni come imprese o istituzioni. Le analisi europee sulla competitività dimostrano che “le competenze di base sono necessarie, ma non sufficienti” per affrontare un contesto in rapida evoluzione. Le imprese, in particolare le piccole e medie aziende, attribuiscono oggi un peso crescente proprio alle competenze trasversali, spesso più delle stesse competenze tecniche, che naturalmente si danno per scontate. Non è un caso che le soft skill risultino tra le aree considerate “più importanti” per il futuro economico, accanto al digitale. Non solo: non è un caso se nel Rapporto Draghi dell’anno scorso, consegnato alla Commissione europea, il capitolo “Analisi e Raccomandazioni”, è stata la parte maggiore del Rapporto dedicata proprio sulle competenze: la scuola viene indicata e considerata il grande motore per la crescita di quello che per gli economisti è il “capitale umano”, e che poi diventa “capitale economico”. “A noi scuola – spiega Previtali – interessa il capitale da un punto di vista non prettamente economico, ma queste competenze sono altrettanto significative per lo sviluppo armonico, integrale, totale della persona. Poi, partendo dall’importanza fondamentali delle soft skill, il loro sviluppo permetterà anche il futuro della competitività in Europa”.


Previtali richiama tuttavia un rischio concreto: l’eccesso di modelli teorici. Di soft skill si è iniziato a parlarne dal 1993, con organizzazioni come l’Oms, con le dieci life-skill, le competenze per affrontare la vita. E poi ha aggiunto nuovi framework l’Ocse. Dieci anni dopo esistevano già almeno 22 documenti che suggerivano modelli per sviluppare le soft skill. Oggi “siamo a oltre 750 framework… un numero che oserei definire inaudito. E qui capite l’ipertrofia e il disorientamento che ne derivano” avvisa Previtali.


Il problema non è la mancanza di definizioni, quindi, ma l’assenza di un ancoraggio pedagogico. “Tutti parlano di soft skill, ma pochi le riempiono di senso. Siamo noi scuola, invece, che dobbiamo riempirle e darle un valore”. Sono sempre i dati a rafforzare questo monito: è ancora un’indagine Ocse che rileva in fatto di social-emotional skills, come vi sia una stretta correlazione fra alcune competenze tipicamente collegate alle abilità social-emotive – la motivazione al successo, la perseveranza, la curiosità – siano poi fortemente correlate con gli apprendimenti: più alto il livello di soft skill abilitate e più gli apprendimenti sviluppano ulteriori elementi e permangono nel tempo, non diventano cioè analfabetismo di ritorno.
Ecco allora l’interesse della scuola a introdurre questi aspetti, non semplicemente per la loro significatività. Ma anche perché queste competenze sono un elemento di forte opportunità dal punto di vista di quella che la scuola comunemente chiama “successo formativo”, prima leva di lotta contro la povertà educativa.
La sperimentazione nazionale nasce proprio per superare la distanza tra teoria e pratica. Sono quattro le direttrici indicate da Previtali: chiarire cosa si intende per competenze trasversali, costruire pratiche didattiche intenzionali, formare i docenti e valutare gli effetti. Un passaggio, quest’ultimo, spesso trascurato: “Si introducono sperimentazioni, ma poi non si ha mai una rendicontazione degli effetti”. Interessanti sono anche i dati emersi da una recentissima indagine della Fondazione Tarantelli-Cisl proprio sul senso di essere insegnanti oggi e sul fabbisogno formativo urgente espresso dai docenti (qui il testo integrale della Ricerca)


Il nodo della formazione emerge con forza anche dai dati sugli insegnanti. Alla domanda su quali percorsi siano più utili per migliorare la professione, i docenti indicano in primo luogo la gestione della classe, ma attribuiscono un peso significativo anche alle competenze trasversali e metodologiche. È un segnale chiaro: la domanda di innovazione esiste, ma chiede strumenti concreti, non enunciazioni astratte.
In questo contesto, torna centrale il tema dell’autonomia scolastica. “Ricerca e sperimentazione nella scuola oggi sono deboli”, ammette Previtali. Eppure è proprio qui che si gioca la sfida: trasformare le scuole in comunità di apprendimento capaci di progettare, documentare e condividere pratiche efficaci. L’avviso ministeriale, sostenuto da un impianto normativo solido, offre finalmente una cornice per farlo.


Resta però una condizione imprescindibile: non perdere di vista le competenze di base. Il documento Unesco richiamato nel decreto è esplicito: alfabetizzazione e numeracy restano fondamentali, ma devono integrarsi con nuove competenze per permettere agli studenti di “stare nel mondo con consapevolezza”.
La posta in gioco, dunque, è alta. Non si tratta solo di aggiornare la didattica, ma di ridefinire il significato stesso dell’educazione. Le soft skill, viene ribadito da tutti gli esperti, non sono un’aggiunta, ma il ponte tra conoscenza e vita reale. E la sperimentazione avviata dal ministero in tutte le scuole di ordine e grado rappresenta un banco di prova decisivo, anche per il futuro visionario della scuola: trasformare un’espressione inflazionata in una pratica educativa e pedagogica capace di incidere davvero sul futuro degli studenti.

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