
“Non ho retto i giovani con doni speciali di attrazione, sono stato solo furbo, ho saputo toccare il tasto che faceva scattare in loro, i più intimi doni. Io di ricchezze non ne avevo. Erano loro che ne traboccavano e nessuno lo sapeva”.
Prendo in prestito da don Milani stesso questa affermazione lucida e illuminante contenuta in “Esperienze Pastorali”, per narrare modo sintetico, la nuova avventura educativa che in questi anni mi ha coinvolto e travolto ad essere introdotta insieme ai miei alunni, nella realtà totale. La cura educativa richiede una temporalità altra, rispetto a quella dell’efficienza e della prestazione. Occorre rallentare perché non si assottigli l’esperienza e la persona non sia ridotta ad un meccanismo di produzione. Oggi tra i ragazzi, nelle numerose classi che incontro, è bloccata la motivazione ad apprendere, è soffocata la curiosità di conoscere, se non mi arrendo a immedesimarmi nella loro paura di sbagliare, nella loro inerzia e nella noia che invadono come un’onda gigantesca e travolgente, gli animi dei nostri studenti. E poiché il metodo è imposto dall’oggetto, è su di esso che va fissato il nostro sguardo e la nostra attenzione.
Qualche settimana fa, alla presenza di dodici docenti di Rimini, ho sfidato i miei alunni di seconda media a dialogare intorno alle loro reazioni davanti a una tela bianca, così come ha fatto all’ accademia di Venezia, il grande artista e maestro, Emilio Vedova. Una metafora interessante ci ha avvolto in un vivace dibattito, per poter comprendere insieme, cosa voglia dire mettersi in gioco e squarciare con le proprie parole, il proprio pensiero, un foglio bianco. Gli animi sono stati immediatamente mobilitati e si sentiva palpabile nell’aria il desiderio di imbrattare la tela, di rompere il ghiaccio, di innestarsi negli istanti che si susseguivano ,con la propria personalità. Ma insieme si respirava la fatica,il timore e la paura di non piacere a sé, agli altri, veniva a galla il sentore oscuro di non potercela fare, di non essere all’altezza di segnare la storia con le proprie impronte digitali. E’ emerso chiaramente che ciò che impedisce di esporsi spesso, non è il bianco assoluto di una tela, come di un foglio, in quanto vuoto, ma in quanto troppo pieno, pieno come eccesso di aspettative, di paragone con chi ci sembra migliore, troppo pieno, di ideali irraggiungibili di perfezione. L’idea dei talenti e delle attitudini individuali spesso è spazzata via, tutte le volte che varcando la soglia delle nostre classi, dimentichiamo che educare e quindi formare è un mare magnum immensamente più vicino e percorribile, meno periglioso del lasciare segni nel tempo, cioè di insegnare come tentativo di indottrinamento cognitivo.

Attraverso il dialogo socratico e maieutico, ho preso ancora una volta atto, che educare equivalga innanzitutto, a fare spazio, svuotando la tela ( da giudizi, ansia ed errori), per cavalcare ogni ostacolo come occasione di liberazione, per rimettere lo studente in movimento. “ La scuola ha senso se insegna a vivere la realtà” . Pennac Relazioni ed esperienza sono quindi necessarie per aiutare i nostri ragazzi ad abitare la vita-vita, rallentando, come gesto di resistenza culturale e cura educativa. In questa ottica trova dignità formativa anche l’errore come atto generativo, simile a quanto fa la Glitch Art,che origina dagli errori stessi. Così possiamo coltivare in classe una comunità di pensiero che comincia a crescere all’interno di un’educazione olistica, che sappia correre a salvare il pensiero critico, dentro la giungla intricata di tanti, infiniti stimoli pervasivi. In questi anni sto continuando a toccare con mano che educa, solo chi con passione indomabile, suscita la consapevolezza dell’altro perché divenga uomo, soggetto attivo e cittadino sovrano, ovvero un soggetto umano capace di assumersi responsabilità verso sé stesso, verso gli altri, verso i territori, come soglie e approdi della loro specifica identità. L’educazione non è nient’altro che lo struggimento al cospetto del cuore dell’altro. Mettersi sulla scia e nel solco di un educatore e maestro del Novecento come don Milani, è essenzialmente estrarre e innestare il gusto di essere uomini, aperti a conoscere, indagare, esplorare, paragonare con la propria ragione e con il proprio cuore, quanto la realtà generosamente ci offre.

E la noia, vagliata con i ragazzi, diventa un superpotere, può essere accolta come la grande alleata educativa che sa vincere la iperstimolazione, e torna ad accendere la fantasia. Ritrovandomi qualche settimana fa ad impostare un laboratorio tra gli studenti di un liceo Scientifico, ho trovato conferma anche alle Superiori del bisogno urgente di cambiamento dei paradigmi tradizionali per motivare lo studio e appassionare al futuro. Daniela Lucangeli sintetizza in una felice espressione che occorre un cambiamento vettoriale, ovvero un mutamento che porti in sé la direzione, l’intensità e il verso di un’innovazione duratura che riguarda l’individuo, la classe, i territori e l’epoca che stiamo attraversando, come ho potuto constatare tra alunni e docenti, di tante classi, in diverse zone d’Italia. In modo repentino e tutto sommato veloce, gli studenti di seconda liceo,avvezzi allo studio dei vettori, quasi senza accorgersi hanno riconosciuto il loro bisogno di essere aiutati a scuola nella gestione del patrimonio familiare, delle finanze, nel vivere la loro sessualità, nel riuscire ad espletare tutto ciò che compete a un cittadino adulto.
È stato molto suggestivo dialogare attorno alla dialettica io-noi, attorno a quanto competa alla scuola, per scoprire pian piano che ogni SE’, è essenzialmente relazione con gli altri e che le persone sono più importanti delle idee, come titola un interessante articolo apparso sull’Osservatore Romano del 27 gennaio scorso, in cui si è svolto un incontro tra 90 giovani compresi tra i 15 e i 35 anni. Come mai, se le relazioni sono ciò che ci contraddistingue come esseri umani, esse spiccano tra le cose più difficili da gestire? Che cosa gioca davvero lasciando la parola ai giovani, che scatena il peso e quella sorta di malessere che spesso porta i nostri ragazzi a ghostare cioè ad apparire e scomparire in modo intermittente dentro tutte le relazioni umane? Proprio tale mancanza, equivale ad elevare il grido di aiuto per abbracciare la diversità, come un anti algoritmo che puo’ generare la migliore versione del sè di tanti giovani, perché la posta in gioco del vivere non è vincere, ma migliorarsi.
Durante un laboratorio, gli studenti possono scoprire e si sono di fatto attestati sul fatto che le relazioni sono ponti o strade che accedendo all’improvviso, abbattono meccanismi di isolamento, capaci di perdonare il nostro passato e prometterci qualcosa per il nostro futuro. Ovvero ho visto salire a galla che il SE’ si qualifica non solo per i propri attributi e talenti riconosciuti, ma anche attraverso il tema del desiderio, della mancanza di relazioni viso a viso, come necessario completamento. Il laboratorio infatti, dà forma all’individuo, nel gruppo. E i ragazzi smettono almeno per un attimo, di vedere l’io come SE’, avulso dalle relazioni: che cosa non ho, più di che cosa, ho. Così mentre sembra più difficile riconoscere il bisogno che il talento, la relazione che lì si instaura, colma il tema della mancanza o del bisogno. Da qui a cascata scatta la necessità di misurarsi con la diversità, oltrepassando il recinto dei propri pensieri e opinioni, portandoci – secondo alcuni giovani – a cavallo tra passato e futuro. (Osservatore Romano, 27.01.2026).

Già, perché il FUTURO rappresenta – non solo una mera parola chiave del lungo nostro dibattere – ma un traguardo irraggiungibile, innominabile, improbabile, un miraggio impossibile. I nostri laboratori diventano quindi,zattere per affrontare il futuro proponendo un setting, una modalità di circolazione del pensiero, una scansione del tempo, uno stile educativo e didattico, tentativamente innovativi e sfidanti, al passo con i tempi. Fissando questi contenuti penso immediatamente che raccontarci storie, col fuoco in mezzo era all’origine delle famiglie e dei gruppi anche tribali : qualcosa che è tramontato in questa svolta epocale, dove siamo tornati individui, solitari, competitivi, performanti. Mentre la creazione e manutenzione delle relazioni è qualcosa che si fa con le mani, come mi accade da qualche anno tra i banchi dei miei e altrui alunni, quando mi trovo a rimboccarmi le maniche in altre classi anche di colleghi qui presenti, secondo una modalità di pensiero, di azione, di sguardo che è don Milani stesso a instillare in me. Costruire una lezione partecipata e interattiva nello spazio e nel tempo, senza cedere ai sottili ricatti della pianificazione, è come accogliere l’azione di un buon collirio che lubrificando gli occhi, li rende più trasparenti e capaci di abbracciare ciò che è già presente.
Molto spesso per i ragazzi la relazione è trovare l’altro coinvolto emotivamente nei toni, nella complicità delle espressioni facciali, nella postura. La relazione come empatia percorre sentieri facilitati, se io, se noi tutti, cediamo al sospetto di poter imparare insieme, provando a donare voce e parola a chi abbiamo di fronte, chiamandolo per nome. Barbiana 2040 sta scavando in me la breccia più delicata è definitiva: toccare la carne ferita dell’altro, riconoscerlo non solo attraverso la parola, ma anche attraverso il silenzio. In questa pedagogia del riconoscimento, amare è dare all’altro la possibilità di ferirci, scendere da cavallo, educare sentendosi figli, e contemporaneamente padri, di chi incontriamo sulla nostra strada, per contribuire almeno tentativamente, a ricomporre l’analfabetismo socio emotivo e l’individualismo sfrenato, dei quali anche noi, rischiamo di essere parte attiva. Avviare processi diventa la sostanza e la prerogativa stessa, di quanto ha descritto la preside introducendo i lavori del nostro convegno: muoversi per com – muoversi gustando il primato della realtà all’interno del fare scuola, riflettendo sull’esperienza, nell’attenzione al principio di infedeltà milaniano, costruire l’alfabeto del noi, nella speranza di offrire a ciascun ragazzo quella appartenenza che lo rende soggetto vivo, fino a sviluppare quella libertà generativa come coscienza dei propri limiti e del proprio impeto creatore. Solo i processi innescati ogni mattina, ci elevano sul potere manipolativo delle piattaforme social, dal controllo subdolo della rete che schiaccia e intorpidisce. Torniamo attori di rischio educativo, aprendo brecce, rallentando e creando spazio. Così si compie forse quel turbamento dell’animo per il quale Don Milani ha consumato la sua giovane vita e ha fatto divampare il gusto di essere, nella consapevolezza di saper pensare e di poter apprendere.




