
Ci sono cambiamenti che non fanno rumore… accadono lentamente, come la luce dell’alba che non chiede il permesso alla notte ma pian piano si fa strada. È vero…non si vedono subito, ma quando arrivano ci accorgiamo che nulla rimane come prima! Così è stato per me, nel mio percorso come docente della scuola primaria, l’incontro con la scrittura collettiva… ci sono esperienze che non aggiungono semplicemente uno strumento al nostro modo di insegnare bensì lo trasformano! Per anni ho pensato che il mio compito fosse trovare il modo migliore per spiegare gli argomenti previsti e andavo sempre alla ricerca di materiale perfetto, da non modificare più. Ho creduto che vedere una classe significasse coglierne l’insieme e portare a termine solo ogni adempimento per essere formalmente al posto sicuro: il programma da svolgere, gli obiettivi, le verifiche, le competenze… Ma per un docente di I.R.C. (Insegnante della Religione Cattolica) è impossibile cogliere tutto l’insieme nel poco tempo a disposizione perché qualcosa sfuggirà sempre: è possibile però dare un valore nuovo a quel tempo, all’apparenza poco, che scorre inesorabilmente.
E così, quasi senza accorgermene, tre volti, Rita Elena e Rosaria hanno intrecciato la mia storia e il loro stile umile, propositivo e contagioso ha incrinato la mia prospettiva. Mi ha insegnato che una classe non è un gruppo, ma un intreccio di storie e ogni bambino custodisce una parola che nessun altro può pronunciare al suo posto:«dare la parola» a tutti non è un’antica frase da tramandare ma è il lievito che fa crescere tutto. Oggi penso che il primo dovere di un insegnante sia imparare a guardare: guardare davvero; non la classe, ma ogni singolo alunno; non ciò che gli manca, ma ciò che può diventare.
In questo cammino, la scrittura collettiva mi ha invitato a rallentare, mi ha messo nelle condizioni di ascoltare parole che, nella fretta della scuola, rischiano di non trovare mai spazio. Ogni bambino, così come ogni docente, quando varcano l’ingresso della scuola la mattina portano con sé un pezzo di pensiero, un dubbio, un’immagine, un’espressione e con grande naturalezza non vedono l’ora di condividerlo: nessuno ha tutto, nessuno è inutile, ma insieme il valore prende forma, il testo prendeva vita. È proprio qui che mi sono accorto di quanto spesso la scuola chiede ai bambini di dimostrare ciò che sanno, invece di offrire loro l’occasione di costruire il sapere insieme, dando vita a una palestra di competenze costitutive per gli anni a venire.

Gli alunni che faticano maggiormente sono stati quelli che mi hanno insegnato di più: uno sguardo, una parola, un gesto inaspettato sono stati la conferma che il loro contributo non svanisce nelle difficoltà ma da esse prende forma e, nell’offrirlo agli altri, apre un orizzonte di positività contagiosa. Coloro che durante una lezione tradizionale abbassano gli occhi, cercano di diventare invisibili, aspettano che qualcuno più veloce risponda al loro posto, nell’esperienza della scrittura collettiva, invece, scoprono che anche una parola trovata con fatica diventava necessaria, un’idea appena accennata può cambiare il senso di una frase. E così, quando una loro parola entra nel testo comune, quel sorriso cambia volto, perché scrivere insieme significa questo: cercare una lingua comune senza perdere l’unicità di ciascuno.
Don Milani, come ben sappiamo, diffidava della scuola che seleziona perché aveva compreso una verità essenziale: ogni volta che un bambino viene lasciato ai margini, non è soltanto lui a perdere qualcosa, ma è la scuola stessa a smarrire il senso della propria missione. Non può esistere giustizia educativa là dove alcuni imparano a dare voce al mondo e altri, invece, apprendono soltanto l’arte silenziosa del tacere. Ebbene, la scrittura collettiva nasce proprio come risposta a questo silenzio; è un esercizio di umanità prima ancora che di linguaggio: ogni frase prende forma attraverso il dialogo, il dubbio condiviso, l’ascolto reciproco. Le parole passano da una persona all’altra come una fiamma che non si consuma ma si moltiplica, fino a trovare la loro espressione più autentica. Nessuno può dire davvero: «Questo testo è mio», perché il testo appartiene a tutti coloro che lo hanno attraversato e abitato.
Ed è allora che accade qualcosa di profondamente educativo e insieme profondamente umano: si scopre che nessuna idea fiorisce nella solitudine e ogni pensiero raggiunge la propria pienezza soltanto nell’incontro con altri pensieri. Il sapere, infatti, non cresce per accumulo di nozioni, ma per intreccio di relazioni; non si edifica come un deposito da riempire, ma come una trama di significati condivisi.
Forse il cambiamento più profondo che porto con me, ogni mattina varcando la soglia dell’aula, non è più la domanda: «Che cosa insegnerò oggi?», ma un’altra, più essenziale: «Chi riuscirò davvero a incontrare?». Perché il sapere non nasce semplicemente dalla parola di chi spiega, ma dall’incontro tra due umanità: educare non significa infatti riempire menti, ma accendere presenze! L’apprendimento prende vita quando una persona si sente riconosciuta nella propria unicità, accolta senza giudizio, amata nella sua fragilità e valorizzata nelle sue possibilità. Solo allora la conoscenza smette di essere un contenuto da trasmettere e diventa un’esperienza che trasforma: ed è lì, nello spazio invisibile della relazione, che il sapere trova radici e può finalmente fiorire.




