Siamo custodi dell’umano, la missione della scuola e il coraggio di restare sempre accanto ai ragazzi 

Ogni anno scolastico è una piccola traversata umana. Nella mia scuola quest’anno ci sono stati studenti che arrivati in classe portandosi dentro fragilità che nessun registro elettronico potrà mai raccontare. Ragazzi che combattono silenziosamente con la solitudine, con la paura di non essere all’altezza, con ferite familiari o affettive. Ragazzi che si sono confrontati con la malattia e la morte di uno di loro e, conseguentemente, con la loro stessa mortalità. Ci sono giovani che cercano qualcuno capace di guardarli oltre un voto, oltre una prestazione, oltre un errore.
È proprio qui che si è giocata la vera missione educativa.
Non soltanto nell’insegnar loro a cantare e a comprendere la storia della musica, ma nell’aiutarli a scoprire le proprie carte, riconoscerle e giocarle.
In un tempo che misura tutto, la scuola dovrebbe ricordare ciò che non può essere misurato.

Mi torna spesso alla mente una delle pagine musicali più intense del repertorio italiano dell’Ottocento: lo struggente ed intenso Intermezzo della Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni; un’opera che mi è cara e che ho studiato con i ragazzi di terza media nelle nostre ultime lezioni. Ci siamo soffermati parecchio sulla lettura dell’opera in generale e sui significati di Verismo e Verità, ma poi, ogni volta che ascolto questa pagina sinfonica provo la stessa sensazione.
Queste note, questa armonia fa rallentare il mondo. Per qualche minuto tutto sembra sospeso.
Non c’è bisogno di parole. È l’anima che parla all’anima.
Sicuramente fu l’intento di Mascagni, quando la inserì come sofferto ma necessario respiro nel suo melodramma, e il risultato efficace è che ha fatto rallentare anche il nostro piccolo mondo in classe.
Ecco, forse l’educazione autentica assomiglia proprio a questo.
Non ai momenti più rumorosi, ma a quelli più profondi.
Sono gli “intermezzi” della scuola: una conversazione dopo una lezione, una domanda che rivela una richiesta nascosta, un incoraggiamento dato nel momento giusto. Sono istanti che spesso nessuno ricorderà nei documenti ufficiali, ma che possono accompagnare una persona per anni.


Viviamo in un’epoca che a volte fatico a comprendere… sono probabilmente ancorata ad una socialità e ad un mondo più analogico, meno digitale.
L’intelligenza artificiale sta entrando rapidamente nelle case, nelle professioni e naturalmente anche nelle scuole. Molti guardano a questa rivoluzione con entusiasmo; altri con preoccupazione. Io, semplicemente, sono spaesata, non mi ci ritrovo.
Come accade spesso nella storia, la verità richiede uno sguardo più equilibrato.
La tecnologia è uno strumento straordinario. Può ampliare l’accesso alla conoscenza, sostenere la ricerca, favorire nuove forme di apprendimento. Sarebbe miope negarlo.
Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare le domande antropologiche che questa trasformazione porta con sé.
Papa Leone XIV ha affrontato questo tema nella sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, richiamando l’attenzione della Chiesa e della società sul rischio di smarrire il primato della persona. Il Papa (che… Posso dire? Mi piace un sacco) ci vede lungo e ci invita a vigilare affinché l’innovazione tecnologica non finisca per ridurre l’essere umano a una somma di dati, algoritmi e prestazioni misurabili.
È una riflessione che riguarda tutti, ma in modo particolare chi si occupa di educazione.
Perché la scuola è uno dei luoghi nei quali si decide quale idea di uomo consegneremo al futuro.
Se consideriamo i giovani semplicemente come utenti, consumatori o produttori di risultati, finiremo inevitabilmente per educarli secondo una logica funzionale. Se invece li riconosciamo come persone, portatrici di una dignità che precede ogni successo e ogni fallimento, allora la scuola continuerà a essere uno spazio di autentica crescita umana.
L’intelligenza artificiale potrà correggere testi, elaborare dati, suggerire contenuti, personalizzare percorsi di apprendimento, ma le manca quello che in fondo caratterizza la mia presenza in aula: non potrà mai amare.

Un computer o uno smartphone non possono comprendere fino in fondo la sofferenza di un adolescente escluso, nemmeno quando sembra avere tutte le (fredde ma fintamente compiacenti) risposte.
Non sarà mai in grado di leggere uno sguardo ed intuire quel talento nascosto che attende soltanto qualcuno disposto a crederci.
Non potrà mai sostituire la presenza mia e dei miei colleghi, che scegliamo ogni giorno di investire tempo, energie e speranza nelle nuove generazioni, anche tutte le volte che le cose vanno storte e perdiamo la brocca, o tutto sembra inutile.
Siamo custodi dell’umano: presenza, testimonianza, trasmissione.
La cultura contemporanea celebra l’efficienza; l’educazione richiede invece pazienza.
La società premia la velocità; la crescita di una persona domanda tempo.
Il mondo corre; l’educatore resta accanto.


In questa apparente fragilità si nasconde una forza straordinaria.
Alla fine dell’anno scolastico, quando i registri vengono chiusi e i più grandi mi passano davanti mentre sono in commissione d’esame, forse la domanda più importante non riguarda ciò che i ragazzi hanno imparato.
Riguarda ciò che sono diventati.

Sono più liberi?
Più consapevoli?
Più capaci di distinguere il vero dal falso, il bene dal male, il valore dal prezzo?

Se la risposta è almeno in parte positiva, allora la scuola che amo ha compiuto la sua missione.
Perché educare non significa semplicemente preparare al lavoro.
Significa preparare alla vita.
Per questo motivo mi piace pensare a noi insegnanti come ad autentici costruttori di speranza. Ogni giorno investiamo sul futuro nostro e loro, aiutando le nuove generazioni a credere nelle proprie possibilità e a diventare cittadini consapevoli, responsabili e solidali.
In una società spesso segnata dall’incertezza e dalla frammentazione, la loro missione consiste nel custodire e promuovere ciò che rende veramente umano l’essere umano.
La scuola del futuro sarà tanto più efficace quanto più saprà rimanere fedele a questa vocazione: formare persone libere, responsabili e capaci di vivere relazioni autentiche. Solo così potrà continuare a essere non semplicemente un luogo di istruzione, ma una vera comunità educativa al servizio della crescita integrale della persona.
E in un tempo dominato dagli algoritmi, la più rivoluzionaria delle lezioni credo sia questa: ricordare a ogni mio ragazzo, presente o anche ex studente, che non è un dato, né una prestazione e soprattutto non è un profilo digitale a cui fare unfollow quando i contenuti non mi soddisfano.
È una persona.
E questo, oggi più che mai, vale infinitamente di più.
Eccoci quindi: siamo i custodi e loro i musei.

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