Una galassia chiamata scuola: quando gli studenti riscoprono la parola

Sbarcare alla scuola superiore, è come atterrare su una galassia meravigliosa. Così mi è accaduto, entrando nella classe II L al liceo scientifico “A. Serpieri ” di Rimini.
Siamo partiti con il nostro laboratorio di scrittura collettiva dalla necessità riconosciuta dai ragazzi, di un cambiamento di paradigma per frequentare la scuola. E io mi sono appellata  all’affermazione di Daniela Lucangeli: “occorre un cambiamento vettoriale”.
I  ragazzi conoscevano bene cosa sia un vettore e la dimensione di orientamento che lo distingue da un semplice segmento. E  hanno saputo bene individuare nella DIREZIONE ( vedi vettore) da assumere come integralmente nuova, la curiosità verso la gestione delle finanze o del patrimonio familiare, verso la politica, o i diversi stili di vita, verso le tasse da pagare, come novità da inserire nei percorsi formativi.


Sarebbe bellissimo rendere queste loro domande, oggetto di un processo olistico, che sappia anche ricondurre tutto al tema dello studio, ovvero a prendere sul serio le discipline, esplorandole dal di dentro, o a brandire i contenuti disciplinari con intelligenza e sagacia del vivere. L’aspetto nuovo che potrebbe man mano essere introdotto è proprio quello della collettività, del guardarsi in faccia, dello sporcarsi le mani, assumendosi il rischio personale di una iniziativa e di una messa in gioco, che potrà sempre più renderli persone capaci e ricche di consistenza umana, come di serenità e maggiore certezza. A questo proposito, il nuovo setting, il guardarsi negli occhi, il fatto di essere in classe spogliati di tutto, muniti solo di una penna e di qualche striscia di carta – come prevede la tecnica milaniana della scrittura collettiva –  insieme alla modalità non giudicante di dialogare, di dibattere, abbracciando ogni posizione, senza gettare via neanche una briciola del discorso, potrebbero fare la vera differenza.


Io ho intravisto dei ragazzi ricolmi di ricchezza, stipata sul fondo dei cassetti del loro essere, desiderosi soltanto di portare alla luce il loro pensiero e il loro vissuto. Non vedo l’ora di poter leggere e affondare nei fogliolini che hanno colmato di segni grafici, perché il loro pensiero mi è parso articolato e in quasi tutti i casi, molto convincente. Potremmo anche perderci nei meandri delle loro esperienze, dei loro taciti desideri, delle meraviglie inattese che non lesinavano di offrire a tutti noi, dalle loro postazioni!
Insieme a me, i dodici docenti del “Serpieri” assistevano al laboratorio e sono stati condotti a prendere coscienza dell’io, nelle sue esigenze e nelle sue evidenze, nei suoi bisogni, e in quella mancanza di relazioni che ci interroga e talvolta ci mette in ricerca perché ognuno di noi è relazione!
Aiutati dal cortometraggio “Another Change”, gli allievi hanno ben compreso che occorre un anti algoritmo in cui rientrare, con la propria diversità e unicità, hanno intuito cosa sia il cuore, non solo come ricerca di un’anima gemella, ma come sede dei bisogni innati e irriducibili che non decidiamo a tavolino e che ci accomunano tutti, a qualunque latitudine e a qualunque contesto, apparteniamo.
Ho apprezzato molto il passaggio in direzione della musica, dell’importanza delle parole cariche di peso semantico, all’interno di un testo musicale.
Il silenzio si tagliava a fette durante l’ascolto appassionato della canzone “Shallow” magicamente interpretata da Lady Gaga, tratta dal film “Star is born”.
“Dimmi una cosa, ragazza, sei felice in questo mondo moderno? O hai bisogno di più? C’è qualcos’altro che stai cercando?”
“In tutti i bei momenti mi ritrovo a desiderare il cambiamento…”.


E infatti proprio l’importanza delle relazioni che costituiscono e solidificano ogni io, come un sè, capace di lasciare tracce nella storia, è risultato evidente, dalla lettura dell’articolo “Le persone sono più importanti delle idee “, comparso il 27 gennaio scorso, su “L’Osservatore Romano”, in cui proprio un gruppo di giovani dai 15 ai 35 anni dialogano con schiettezza e lucidità, circa il mondo in cui sono immersi.
Sembrano attingere dalla diversità, questa ricercano, come gli studenti che avevo davanti, tesi a interrogarsi circa le domande della canzone di Lady Gaga.
Per questo infatti, anche da lei trascinati, ci siamo ritrovati  a osservare la bellissima opera di P.A. Renoir “Bal du moulin de la Galette” (1876), ed ammirandola, non abbiamo potuto censurare la fatica di numerare  le decine e decine di sagome umane  addensate nello spazio e rese vive dai colori: uno scenario di relazioni in corso ed in divenire.
Mentre  guardavo gli studenti di II L, spiandoli quasi, e sorprendendoli nelle loro reazioni e posture, cresceva in me lo stupore di quanto fossero presenti e inchiodati all’interno del lavoro che stavamo svolgendo insieme e che loro stessi pilotavano e animavano.


Infine, nella coreografia di ballo in una scuola portoghese “Feel it still” che ho osato proporre verso la fine del lavoro, è stato esaltato, da tutti all’unanimità, il grande tema dell’identità individuale, della libertà espressiva in sintonia con il gruppo, nel rispetto  delle varie squadre,  che sul ritmo delle stesse note, proponevano movenze diverse, autenticamente originali. In quella coreografia come i ragazzi hanno colto al volo, è balzata agli occhi la vittoria su ogni apparenza, l’apertura e il rispetto di ogni diversità che scatena l’ identità tanto personale, da creare interazione e sintonia di gruppo.
La pedagogia milaniana mi ha confermato ancora una volta, mostrando con evidenza che il lavoro collettivo mai schiaccerà il singolo e sempre susciterà le individualità specifiche che fondano la vera inclusione, in tutte le direzioni.
Così accanto allo sdegno manifestato verso il potere mediatico della TV, mi è rimasto scolpito dentro, lo stupore dei ragazzi, verso la possibilità che la scuola – secondo la sua origine etimologica – torni ad essere Skolè, ovvero tempo libero sottratto alla fatica del lavoro, tempo piacevole del dialogo insieme, tempo della dilatazione del pensiero.

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