
Queste sono le cronache da un laboratorio di conversazione filosofica e di scrittura collettiva: da novembre sto conducendo un laboratorio in una classe di seconda media dell’Istituto comprensivo di Missaglia. Per iniziare, ho proposto ai ragazzi un classico esperimento mentale: l’isola di Utopia.
“Arriviamo su un’isola ospitale ma disabitata. Siamo noi a dover organizzare la nuova vita del gruppo. Che cosa facciamo?”.
La prima reazione è entusiasta: “Bello! Siamo esploratori e abbiamo scoperto una nuova terra!” Poi, quasi subito: “Sì, però dobbiamo portarci un adulto”.
“Qualcuno dice di portare un adulto sull’isola perché un adulto essendo fisicamente più forte sarebbe capace di aiutarci nei lavori pesanti, avendo più esperienza e maturità ci potrebbe tenere lontani dai guai.” (dal testo collettivo)
Qualcuno – pochi – si oppone: “Da soli siamo capaci di arrangiarci e se ci fosse un adulto non saremmo più responsabili. Magari si prende pure il merito della scoperta o approfitta del nostro lavoro rendendoci schiavi. Da soli avremmo l’opportunità di diventare autonomi.” (dal testo collettivo).
Resto molto perplessa. È la prima volta, dopo tanti laboratori sull’utopia, che la presenza dell’adulto viene richiesta come condizione di sicurezza, quasi di sopravvivenza.
Prima di iniziare questo percorso avevo letto molto sugli adolescenti contemporanei, temendo di trovarmi davanti il solito stereotipo: provocatori, apatici, svogliati. Invece ho trovato un gruppo vivace, partecipe, sorprendentemente collaborativo nella conversazione (meno nella scrittura, d’accordo), ma con una immaturità diffusa e una percezione di sé molto distante dall’immagine di adolescenti “precoci” a cui spesso pensiamo.
Chiedo: che cosa significa sentirsi piccoli? Rispetto a chi?
Le risposte arrivano soprattutto dalle ragazze: “La maturità non si basa solo sull’età, ma anche sulla cultura della persona, sul modo di pensare e sull’esperienza di vita. Si basa sulla responsabilità e sul comportamento verso persone, animali o cose: un genitore, un animale domestico, persino il banco di scuola”. (dal testo collettivo)
Un ragazzo, sentendosi “tirato in ballo”, commenta: “Le ragazze pensano sempre che noi siamo immaturi.” Poi, con un sorriso, ribadisce la necessità di stare da soli sull’isola: “Così posso finalmente fare il bagno con gli squali!”.

Alla domanda: Come pensate di organizzarvi?, il gruppo si divide. Per alcuni serve un leader, un “organizzatore” che cambi ogni mese: qualcuno serio e maturo.
Per altri, no:
– si decide tutti insieme
– un leader è inutile, siamo testardi
– rischia di creare litigi
– avrebbe troppa superiorità
– è meglio discutere e consigliarsi
Nasce così una vera conversazione sulle forme di governo, tra autoritarismo e democrazia. Pian piano, l’idea di decidere tutto insieme in cerchio prende piede.
“Ci sediamo tutti in cerchio, come adesso, e decidiamo cosa fare”. E i litigi? Succedono spesso? Sì, rispondono in coro. E riuscireste a chiarirvi in cerchio? La risposta arriva da una studentessa: “Certo che sì, se solo ci fosse dato il tempo! A scuola non c’è mai tempo per parlare tra noi. Quando manca un professore si potrebbe usare quell’ora per parlare insieme, come stiamo facendo adesso”.
Una rivendicazione semplice, essenziale, quasi ovvia: lo spazio del confronto non è un lusso, ma un bisogno formativo. E forse anche una delle condizioni per quell’“unione che fa la forza” che alcuni cominciano timidamente a intravedere.
La richiesta più disarmante però me l’ha fatta un ragazzo, appena entrata in classe: “Prof, possiamo sederci ancora in cerchio?”.
Perché?, gli chiedo. “Così possiamo vederci in faccia”.
C’è dentro questa frase un desiderio limpido di relazione, di presenza, di visibilità reciproca. Qualcosa che spesso diciamo che ai ragazzi manchi, senza domandarci se non siamo proprio noi a togliere lo spazio perché possa esistere.
Sono sempre più convinta che la scuola resti il luogo privilegiato dove costruire relazioni sociali significative, a tutte le età.
Peccato che questa dimensione venga spesso relegata a momenti sporadici, occasionali, quasi accidentali. E quanto sarebbe più ricca, viva, umana la quotidianità in classe se potessimo semplicemente… tornare a guardarci in faccia?




