Dal litigio al dialogo. Anche un conflitto in classe diventa lezione di crescita

Nella trama silenziosa della quotidianità dei nostri studenti, il conflitto si intreccia come un filo inevitabile. Nei bambini dei primi anni della scuola primaria affiora nei piccoli litigi, specchio di un’identità ancora in divenire, fragile e spesso ripiegata su sé stessa mentre negli anni successivi assume forme diverse: si nutre del desiderio di crescere, di distinguersi, di trovare il proprio posto nel mondo. Il conflitto nasce tra compagni, si insinua nel rapporto con gli insegnanti e con i genitori, ma talvolta abita anche gli spazi più intimi, trasformandosi in frustrazione, in esitazione, in un’ombra di insicurezza. Eppure, accanto a questo movimento agitato, esiste qualcosa di più sottile e prezioso: un bisogno quieto ma tenace, la voglia di uscire dal litigio per raggiungere quel benessere che tutti desideriamo.

È un richiamo silenzioso alla realtà, un passo verso l’altro, un segno delicato ma autentico di crescita e consapevolezza. All’interno di un contesto educativo dinamico e in costante cambiamento, segnato da obiettivi da inseguire, da sguardi che confrontano, da attese che pesano come cieli bassi, il litigio si accende come una scintilla improvvisa: uno sfogo rapido, quasi necessario, un gesto con cui affermare la propria voce o erigere, d’istinto, un fragile riparo per sé stessi. Per questo, come ricorda Daniele Novara, pedagogista, è importante considerare il conflitto non come un errore da cancellare, ma una soglia da attraversare; non qualcosa da evitare, bensì una realtà da abitare con cura. Il conflitto diviene così un’arte fragile e segreta, una sapienza che nasce nel cuore prima di abitare la relazione: imparare a restare nel conflitto senza spezzare il filo che ci lega all’altro, senza trasformare la distanza in frattura è la grande sfida che come docenti siamo chiamati a vivere per una continua edificazione dell’identità nostra e, di riflesso, dei nostri alunni. E allora, la voglia di uscire dal litigio non è fuga né rimozione, ma un movimento più profondo: è il coraggio di attraversare l’attrito, di sostare nella tensione finché non si apre uno spiraglio; non per vincere, ma per ritrovarsi in una soluzione, o almeno in una tregua che sia scelta, riconosciuta, consapevole.


Così, nel mio cammino di docente, nutrito da un’instancabile tensione della ricerca e da un desiderio di trasformazione, due bagliori hanno preso vita in me: l’esperienza vissuta a Rondine (Arezzo) lo scorso novembre e il primo punto del Manifesto di Barbiana 2040 ovvero l’aderenza alla realtà. Non riuscivo a rimanere indifferente, anche se la tentazione c’era perché ormai si intravedono le vacanze pasquali e la fine dell’anno scolastico, né tantomeno a proporre argomenti nuovi di Religione Cattolica… Ho deciso di fermarmi e chiedere ai miei alunni di classe quinta cosa non funzionasse dentro la vita della classe. Tutti, come chiamati a una segreta e sorprendente sintonia, hanno descritto i momenti di litigio che agitano ogni intervallo. E così domando: per quale misterioso motivo ciò che dovrebbe essere ristoro e quiete si incrina, facendosi rabbia trattenuta e pianto che affiora? La parola sulla quale ci rendevamo conto fosse necessario e urgente un lavoro collettivo era esattamente “litigio”. E così è stato!

Scritta alla lavagna e fogliolini in mano: pronti per una nuova avventura… Dove ci porterà? Non lo so ancora, ma sono certo che tutti usciremo più ricchi di prima.  Al secondo incontro un atteso imprevisto sembra fornire nuova benzina al motore ormai avviato e un alunno prende la parola: “è proprio bello questo lavoro! Forse così capiamo che dobbiamo deciderci a cambiare per superare questi noiosi litigi”. Una frase che personalmente mi ha rasserenato ma al contempo ha riempito il cuore di gioia e fiducia: è necessario scegliere di restare dentro questo laboratorio di crescita per imparare che il pianto può diventare sapere e insegnare a vivere. Speriamo che sia l’inizio di un autentico cammino che condivideremo al termine del percorso…


Dal punto di vista pedagogico è importante abitare il conflitto, senza fuggirlo, poiché:

•   Uscire dal conflitto significa fare un passo oltre: riconoscere l’esistenza di punti di vista diversi e accettare che la relazione vale più dell’imposizione della propria opinione (in Piaget, lo sviluppo cognitivo e morale passa proprio attraverso il confronto con l’altro e la capacità di superare l’egocentrismo iniziale);
•   È nel dialogo e nella cooperazione che ciascun essere umano cresce, aprendo lo spazio del confronto autentico (Vygotskij evidenzia il ruolo centrale delle relazioni sociali nell’apprendimento);
•   La voglia di uscire dal litigio può essere letta proprio come espressione di questa tensione interna verso un equilibrio più maturo (Montessori vedeva nel bambino una naturale tensione verso l’armonia e l’ordine che può emergere solo se l’ambiente favorisce l’autonomia e il rispetto reciproco);
•   Nella sua scuola di Barbiana, il dialogo e l’attenzione agli altri erano centrali poichè l’educazione non può prescindere dalla dimensione comunitaria. Infatti uscire dal litigio significa anche prendersi cura dell’altro e riconoscere che il conflitto diventa pedagogia in quanto il problema è “di tutti” e insieme lo si affronta.

In conclusione, il desiderio di attraversare e uscire dal litigio non è un segno di debolezza, ma un atto silenzioso di maturità. È come scegliere di lasciare andare il rumore per ritrovare il senso, di fermarsi un istante per ricordare ciò che conta davvero: il tempo che scorre, i legami che ci definiscono, il cammino che continua oltre ogni scontro. In questo passaggio, noi e i nostri alunni non impariamo soltanto a conoscere il mondo, ma a starci dentro con consapevolezza e umanità.

E allora, forse, la vera domanda anche per noi docenti, non è chi ha ragione… ma quanto siamo disposti a crescere per restare davvero insieme?

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