Il conflitto diventa educazione se ricuce il filo delle relazioni e insegna a stare insieme

In una lettera destinata ai genitori e scritta collettivamente dagli alunni della 5G (che potete trovare e scaricare in formato pdf QUI e QUI SOTTO) emerge uno sguardo sorprendentemente maturo sul valore delle relazioni e sul peso delle parole. Gli alunni raccontano come i conflitti, crescendo, diventino più profondi e capaci di lasciare ferite durature. Attraverso immagini potenti come i litigi, le guerre, vulcani o muri che dividono, viene descritto il dolore provocato da insulti ed esclusioni. Ma nel racconto trova spazio anche la speranza: il “filo” dell’amicizia, dicono gli alunni nel testo, può essere ricucito grazie all’ascolto, al rispetto e all’aiuto reciproco. La scrittura collettiva diventa così un nuovo esempio di esercizio di consapevolezza emotiva e di educazione alla convivenza.

A seguire l’analisi e le riflessioni al testo degli alunni del docente che guida la stessa classe. 

Mani pulite o mani tese? Ricucire il filo è sempre possibile…

Nel percorso educativo della scuola primaria, la dimensione relazionale rappresenta uno degli ambiti più delicati e significativi della crescita dei bambini: «ogni funzione nello sviluppo culturale del bambino appare due volte, prima a livello sociale e poi a livello individuale» (L. Vygotskij). La scuola, infatti, non è soltanto luogo di apprendimento disciplinare, ma anche spazio di convivenza, confronto, costruzione dell’identità e sviluppo delle competenze emotive e sociali. In questo contesto, il conflitto assume un ruolo centrale: esso non può essere considerato esclusivamente come un evento negativo da evitare, ma come un’esperienza educativa che, se accompagnata e rielaborata, può trasformarsi in occasione di maturazione personale e collettiva: per questo «il bambino è insieme una speranza e una promessa per l’umanità» (M. Montessori).

Il testo di scrittura collettiva elaborato dagli alunni di classe 5^G, sezione ad indirizzo montessoriano, nasce proprio all’interno di un percorso di riflessione condivisa sulle relazioni tra pari, sui litigi e sul peso delle parole. L’atteso imprevisto che ha fatto scaturire come una cascata questo meraviglioso percorso di apprendimento è stato il litigio che si perpetuava ogni qualvolta si intraprendeva un momento di intervallo. Come è possibile che un momento di pausa defaticante e rigenerante si trasformi in accumulo di rabbia a tal punto distruggere le buone relazioni presenti fino a pochi istanti prima? E poi… come ogni insegnate, mentre cerchi di riportare tutti alla calma, ecco che si assiste all’innalzamento di mani, quasi come una muraglia difensiva, accompagnate dalla classica frase “io non c’entro… non sono stato io… è lui che ha cominciato…”. Così, ci siamo seduti attorno ai banchi disposti a cerchio e abbiamo dato a tutti la possibilità di parlare tramite un semplice e umile fogliolino. Nel frattempo sono venute in aiuto le parole milaniane «A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca?»: quindi prendiamoci a cuore tutti e tutte questa situazione. E così è stato…


Le parole “non è colpa mia” non bastano a spegnere un litigio: anche chi guarda in silenzio può scegliere di portare pace; a volte basta una mano tesa, un ascolto sincero, un passo verso l’altro. Le mani davvero pulite sono quelle che aiutano, consolano e ricuciono amicizie perché la pace nasce quando ognuno decide di fare la propria parte: questa riflessione fatta con ragazzini dell’ultimo anno della primaria invita anche noi adulti a lasciar cadere gli armamenti difensivi per aprire porte di dialogo e di comprensione. Proprio attraverso il dialogo, il confronto e la rievocazione di esperienze vissute, i ragazzi hanno costruito un testo autentico e significativo, ricco di immagini simboliche e metafore, capace di restituire con profondità il loro vissuto emotivo mantenendo la piena aderenza alla realtà quotidiana.
Rileggendo ciò che abbiamo scritto, fin dalle prime righe emerge una forte consapevolezza del valore del gruppo classe come comunità affettiva costruita nel tempo. I ragazzi infatti riconoscono l’esistenza di legami profondi, nati già dall’infanzia, ma evidenziano anche come la crescita comporti trasformazioni nei rapporti e una maggiore difficoltà nella gestione dei conflitti. La riflessione collettiva permette loro di osservare il cambiamento delle dinamiche relazionali, individuando eventi significativi e interrogandosi sulle cause delle tensioni che attraversano il gruppo.

Interessante è la riflessione sul gioco dello “Sparviero”, utilizzato dai ragazzi quale esempio concreto di come le regole possano nascere dal bisogno di garantire inclusione e benessere reciproco: attraverso questa esperienza, i ragazzi mostrano di comprendere che la convivenza richiede negoziazione, ascolto e responsabilità condivisa. Come afferma Daniele Novara, «il conflitto non è un problema da evitare, ma un’esperienza da imparare a gestire».
Questo percorso di scrittura collettiva si inserisce proprio in questa prospettiva educativa: trasformare il litigio in occasione di riflessione, ascolto e crescita relazionale.

Uno degli aspetti pedagogicamente più rilevanti del testo riguarda il tema del linguaggio poiché tutti gli alunni attribuiscono alle parole un forte potere emotivo e relazionale: le definiscono “sassi”, “armi”, “frecce”, elementi capaci di ferire e lasciare segni duraturi nel tempo. Questa rappresentazione evidenzia una precoce ma importante consapevolezza dell’impatto della comunicazione aggressiva sul benessere individuale e collettivo. Le parole offensive non vengono percepite come episodi passeggeri, ma come ferite che si depositano nella memoria emotiva delle persone, costruendo “muraglie” che separano e isolano.
Fondamentale è anche la parte conclusiva del testo, nella quale gli alunni individuano possibili strategie per “ricucire il filo” delle relazioni: a tal proposito hanno elaborano una sorta di patto etico basato sull’aiuto reciproco, sul rispetto del turno di parola, sull’onestà, sull’inclusione e sull’uso responsabile delle parole. Non si limitano dunque a descrivere il conflitto, ma ricercano attivamente modalità per affrontarlo e superarlo. In questa esperienza, la classe ha sperimentato concretamente ciò che J. Dewey definiva come una «comunità democratica di apprendimento», nella quale ogni voce contribuisce alla costruzione del bene comune.

La domanda finale “Continueremo a litigare dopo questo lavoro?”  rappresenta il cuore autentico dell’esperienza educativa: non cerca una risposta definitiva, ma apre uno spazio di riflessione critica. Insieme abbiamo compreso che il conflitto continuerà probabilmente a esistere, perché fa parte delle relazioni umane; ciò che può cambiare, però, è il modo di viverlo e gestirlo. A distanza di pochi giorni dalla conclusione del percorso, ho avuto la grande fortuna di veder sbocciare un grande “miracolo educativo”: all’interno di un banale litigio, un ragazzo ricorda ad un suo compagno quanto aveva chiesto di far scrivere a tutti nel testo, perché lo riteneva importante, evidenziando come in quel momento stesse compiendo esattamente il contrario di quando riteneva importante. Non ho detto e fatto nulla come docente, ma “da soli e in autonomia”, in situazione non nota, hanno ritrovato l’equilibrio per poter proseguire la giornata in serenità: le parole elaborate, pensate e scritte insieme hanno preso forma in situazione concreta.

Questo percorso testimonia come la scuola può diventare luogo privilegiato di educazione emotiva e relazionale: attraverso attività di dialogo e scrittura condivisa, alunni e docenti imparano a riconoscere le proprie emozioni, a dare voce ai vissuti, ad ascoltare gli altri e a riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni e parole. In questo orizzonte, la scrittura collettiva si configura non solo come pratica linguistica, ma come autentico strumento pedagogico di cura delle relazioni e costruzione della comunità scolastica.

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