
Svolto come di consueto nel secondo corridoio del primo piano, ma noto subito qualcosa di diverso: una cattedra di legno, spaziosa, ricoperta di libri rilegati a spirale, con titoli ed immagini stimolanti in copertina, ed una pianta in vaso. Sono lì, all’ingresso dell’aula di lettere, per una mattinata speciale, durante la quale i genitori degli alunni di 2B parteciperanno al laboratorio di scrittura collettiva dei loro figli. Anche la giornata soleggiata di oggi sembra invitarci ad entrare nella classe, con le sue pareti aranciate e i tavoli disposti uno davanti all’altro, tutti uniti a creare una lunga fila che dalla porta d’ingresso arriva fino alle ampie finestre. Al mio arrivo i ragazzi sono già seduti in attesa dei loro genitori, si può toccare con mano la loro emozione e l’elettricità nell’aria è palpabile. Sono ragazzi di 12 e 13 anni, trepidanti per l’arrivo di qualcuno che è sempre con loro ma che qui, nel loro quotidiano, nel loro spazio, assume una connotazione totalmente nuova e che ha il profumo di qualcosa che deve ancora schiudersi.
Mano a mano i genitori arrivano e siedono, chi tra i ragazzi, chi poco più distante, in tavoli posizionati immediatamente alle loro spalle. Tutto è stato attentamente predisposto e curato appassionatamente dalla professoressa Rosaria Di Gaetano, che introduce gli ospiti alle caratteristiche e al senso della scrittura collettiva attraverso le parole degli stessi ragazzi. Riscopro anch’io il senso dei fogliolini, dove può essere annotato tutto: ciò che ci colpisce delle parole altrui, una riflessione condivisa da qualcuno che desideriamo trattenere, un pensiero che si affaccia alla nostra mente grazie alla tessitura del discorso degli altri e che desideriamo condividere con loro. Rinnovo anche la consapevolezza dell’importanza di questi tavoli che affacciano l’uno sul viso di un altro, e che lo rendono senso e sostanza, simbolica e concreta al tempo stesso.

Posso partecipare purtroppo un’ora soltanto delle due, ma le tematiche che i ragazzi tengono a condividere con i loro genitori sono molte e sono importanti, vanno dall’uso del cellulare a ciò che rende il tempo in famiglia prezioso. E’ emozionante ascoltare alunni delle cui numerose difficoltà (didattiche e personali) sono consapevole riuscire, al contrario, ad esprimersi e a proporsi con slancio. E’ bello vedere l’entusiasmo e la schiettezza di alcuni, la loro gioia nel poter vivere un momento così speciale; è toccante rendermi conto della tristezza di qualcuno i cui genitori non hanno potuto essere presenti. Mi colpisce come questi preadolescenti tengano a dialogare con i propri genitori in un contesto dove finalmente l’ascolto e la parola sono possibili, sono centrali, e dove le mura diventano quasi magiche incubatrici di un tempo sospeso e illimitato, dove è possibile comprendersi perché sguardo e orecchie sono tesi verso l’altro. Rifletto che troppo spesso giudichiamo i ragazzi in maniera negativa, rendendomi conto di quanto invece abbiano bisogno di attenzione, condivisione, confronto e conforto.



Oltre ai loro sguardi emozionati, ai corpi e agli occhi frementi prima dell’arrivo dei loro genitori, alla gioia palpabile percepita nel corso dell’incontro, porterò con me le parole di un alunno rispetto a ciò che rende prezioso il tempo passato in famiglia: la possibilità di “confortarsi” a vicenda. Credo che i ragazzi ci chiedano soprattutto tempo condiviso, tempo per essere visti, tempo per essere compresi. Mi affiorano alla mente le parole di Pasolini, che diceva che “la morte è nel non poter più essere compresi, non nel non poter comunicare”. In questi tempi veloci, fatti di moltissime parole, opinioni, messaggi scritti e vocali, è paradossalmente difficilissimo sentirsi compresi, perché per questo è necessario donare ascolto, dedicare tempo. Sarebbe bello se i laboratori di scrittura collettiva divenissero spazi quotidiani, sacri, dove la sola cosa che conta fosse donare e ricevere ascolto, dedicare e ricevere tempo.




