Scuola, educazione e imprese: le domande sbagliate sull’intelligenza artificiale

Sull’intelligenza artificiale si stanno sbagliando completamente le domande che vengono poste. Ci si chiede se sia necessario, e ci si chiede chi dovrebbe (o quando) educare all’utilizzo dell’intelligenza artificiale? Chi deve educare all’uso corretto e consapevole delle tecnologie digitali? Quali sono le competenze hard che meglio soddisfano una relazione con le nuove macchine?
Sono domande che ho raccolto in due ambienti, due mondi molto vicini per formazione e percorso, anche se ancora non si parlano così intensamente come dovrebbero: il mondo della scuola e il mondo delle imprese.
Da almeno cinque anni scuole, università e aziende si affannano a organizzare corsi su come usare con profitto l’intelligenza artificiale. Aggiungendo: “in modo corretto e consapevole”. Fioriscono corsi, workshop, webinar sui prompt (le istruzioni da dare alla macchina), tutorial sugli strumenti, seminari sulla produttività. E’ sufficiente frequentare le bacheche delle varie Confindustrie di ogni territorio, per scoprire che ogni settimana sempre più aziende chiedono formazione sulle cosiddette “AI skills”, quelle competenze specifiche e tecniche per lo sfruttamento in chiave organizzativa e produttiva dell’intelligenza artificiale. Lo stesso accade nella scuola: fior di corsi per imparare a portare l’AI dentro le classi, per insegnare l’”utilizzo consapevole” a studenti e alunni, a educare responsabilmente al suo uso.
Insomma, la richiesta è quasi sempre la stessa: capacità di scrivere prompt efficaci, saper usare strumenti di generazione di testi e immagini, integrare l’intelligenza artificiale nei flussi di lavoro o di studio. Sono queste le sole domande del momento.
Ma sono sbagliate. Quanto meno sono domande fuori luogo.


Partiamo da un fatto base: saper usare un sistema di intelligenza artificiale generativa non significa solo saper formulare una domanda chiara. Al contrario significa riconoscere quando una risposta è sbagliata, superficiale, falsa. Ma quando succede è perché è stata la domanda ad essere banale, sciocca, stupida. L’AI rende questo limite molto ben evidente. La macchina, perché di macchina, e quindi di uno strumento si tratta, esegue con precisione ciò che le chiediamo e ci ritorna con altrettanta precisione una risposta con un livello di qualità pari alla qualità delle nostre domande. Se la richiesta è confusa o banale, o già orientata nella risposta, sarà banale e stupida anche la risposta. E ci dirà quello che ci aspettiamo ci risponda.
Ma allora il problema siamo noi, non la macchina. Se questo è vero, le domande vanno ribaltate come ordine: non è prioritario imparare a usare tecnicamente l’AI. Il problema è arrivarci noi con una formazione diversa, non hard, ma preparati nel modo di pensare. Le skill che sono necessarie non sono le competenze tecniche, quelle verranno dopo. La sfida urgente invece è avere gli strumenti cognitivi per pretendere di più. Significa saper elaborare  e distinguere un ragionamento solido da un testo che “suona bene”, ma non regge a un’analisi critica.
Ascoltando pareri e riflessioni in particolare fra gli imprenditori (ma spesso ormai anche fra docenti, almeno fra quelli che si stanno formando in questo senso), ciò che accomuna tutto è una sola sensazione. Quando si cercano competenze di intelligenza artificiale si arriva a scoprire, spesso con un certo imbarazzo e sorpresa, che in realtà si sta cercando qualcosa di più raro o difficile da trovare: persone capaci di pensare, persone di elaborare un’analisi, persone dotate di un buon senso critico. Si sono accorti, cioè, che l’intelligenza artificiale non mette davvero alla prova la capacità tecnica. Mette alla prova la capacità di pensare.
Ecco perché le domande iniziali, sono convinto, siano proprio sbagliate. Ed è qui che scuola, prima, e impresa, dopo, stanno calpestando un terreno comune.

In sostanza, essere nel nuovo contesto digitale oggi significa possedere quelle competenze cognitive profonde che l’educazione avrebbe dovuto coltivare da sempre: capacità critica, precisione linguistica, chiarezza nell’analisi dei problemi, rigore nella valutazione delle risposte, capacità di ascolto, capacità di sviluppare un ragionamento senza fermarsi alla prima soluzione plausibile, progettare soluzioni trasformative. E’ qui che la macchina viene dominata e non, invece, ci si fa dominare.
L’intelligenza artificiale, e questo è un piccolo paradosso, sta forse solo rendendo evidente un problema educativo più antico. Per diversi decenni sistemi scolastici e organizzazioni hanno premiato soprattutto l’esecuzione, l’operatività, la disciplina: seguire procedure, rispettare indicatori di performance, ottimizzare processi. Molto meno spazio è stato dato alla capacità di formulare problemi, discutere argomenti, costruire pensiero critico, fare squadra, appunto.


Il salto di riflessione dentro la scuola è automatico ma è molto più delicato perché il tema qui è riferito ai giovani. Nei dibattiti pubblici si parla spesso di educazione e necessità all’uso responsabile della tecnologia o di alfabetizzazione digitale. L’errore di aver lasciato giovani passivi, acritici e soli con gli smartphone in tasca, ora rischia di riproporsi con AI. Ma forse la priorità è un’altra, e viene molto prima: educare alla capacità di analisi e giudizio. Tutto questo diventa inutile se ci si lascia affascinare dalla grande attrattiva che ci offre l’AI: riassume informazioni, accelera ricerche, aiuta nella scrittura, suggerisce ipotesi e soluzioni. Tutto risulta molto meno faticoso. Ma può anche trasformarsi in una scorciatoia che annulla la capacità di pensare e la funzione cognitiva perfino in modo permanente. Il pensiero viene completamente delegato alla macchina. Il rischio quindi è educativo.
E poi c’è un ulteriore dimensione, che sia la scuola sia le aziende stanno denunciando in ogni occasione pubblica e provata: salta tutta la dimensione relazionale. Sempre più ragazzi conversano con chatbot e assistenti digitali, trovando nella macchina un interlocutore semplice, disponibile e privo di conflitti. Ma lo stesso si verifica nelle migliori imprese, ancora di più in aziende tecnologicamente avanzate: ingegneri super specializzati che di fronte a un problema incontrato nel proprio lavoro si bloccano, restano testardi da soli sull’ostacolo incapaci di relazionarsi con i colleghi, e condividere il limite con la squadra, il proprio gruppo proprio per arrivare a una soluzione insieme.
Ma anche qui la domanda più affascinante non riguarda la tecnologia. Riguarda la formazione delle persone: la convinzione è che un giovane con un buon senso critico, livello di consapevolezza, lucidità analitica e capacità cognitiva difficilmente diventerà dipendente da uno strumento. Lo userà invece per ciò che è: un acceleratore di tempo e di lavoro, non un sostituto del pensiero.

In questo senso il dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale rischia di essere spostato sul bersaglio sbagliato. Non è solo una questione di educazione digitale o di regolazione tecnologica. È prima di tutto una questione educativa in senso profondo.
Il vero corso formativo di “AI skills” di cui avrebbero bisogno scuole e imprese non è un corso su come scrivere le istruzioni, i cosiddetti prompt. Ma è un percorso di pensiero critico, di lettura profonda, di capacità argomentativa, di precisione nel linguaggio e nell’uso della parola. La sfida non è solo di oggi o per l’oggi: le macchine diventeranno sempre più intelligenti. Non ci sono via di fuga. E allora la domanda nuova è se lo diventeranno anche le persone che le usano.

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