L’eredità don Milani, il maestro Manzi fino alle scuole Penny Wirton. L’alfabetizzazione dei giovani migranti, insegnare per includere

Ecco il terzo e ultimo dei tre testi che Paolo Landi ci ha inviato e attraverso i quali abbiamo potuto ragionare insieme sulla scuola, focalizzare un percorso milaniano, strada sulla quale la Rete Barbiana 2040 si è impegnata dal 2019.
Le sue parole sono una testimonianza che ci restituisce don Milani vivo nel dialogo educativo con un ragazzo che si interroga e cresce.

 Questo testo è stato scritto come intervento a un incontro di Paolo Landi con insegnanti e docenti, per approfondire  gli insegnamenti di due personaggi e l’esperienza di due maestri che hanno fatto storia  e che hanno molto da insegnare  anche a noi che viviamo in un’ altra epoca. (Verona 11/09/24)

Il maestro Manzi e don Milani sono due esperienze che hanno molto in comune, Milani nasce nel 1923, Manzi nel 1924.    Entrambi impegnati nella lotta all’ analfabetismo in un periodo storico dove il  problema era drammatico.  Manzi con il programma”Non è mai troppo tardi” trasmessa in radio e sulla TV negli anni ‘60,  si stima  abbia  alfabetizzato oltre un milione e mezzo di  contadini,  che erano stati privati del diritto alla scuola elementare. Era   una trasmissione che andava in onda la sera ,  prima  di cena, con una didattica del tutto nuova, rivolta a persone che un’ora prima  erano stati nei campi a  lavorare. 
Manzi e Milani  rappresentano due esperienze parallele e allo stesso tempo una successiva all’altra, Quella di Manzi (Non è mai troppo tardi)copre il periodo dal 1960 al ‘68, mentre quella di don Milani sul  diritto allo studio con le 150 ore, copre il periodo che va dal 68 all’85. È in questo periodo che le 150 ore ebbero la massima diffusione come recupero della scuola dell’obbligo.
Non è mai troppo tardi era rivolta ai contadini uomini e donne per conseguire il diploma della quinta elementare,  Le 150 ore   erano rivolte agli operai donne e uomini per il diploma della terza media.

Le  150 ore  traggono origine  dagli insegnamenti di don Milani , da Lettera a una  Professoressa pubblicata nel 1967, un libro che ebbe un grande impatto  nel mondo del lavoro e nel sindacato nella formazione dei delegati e dei  sindacalisti.    Il diritto allo studio  con le 120-150 ore retribuite come diritto contrattuale  entra  nella contrattazione aziendale  a fine anni ‘60 ,poi  nei contratti nazional nel 1973 . Questo diritto si diffuse in tutti i contratti di lavoro, grazie ad alcuni sindacalisti che erano stati alla scuola di Barbiana e ad alcuni dirigenti che segnarono le lotte  del  ‘68 come Pierre Carniti, Bruno Trentin.

Le 150 ore retribuite  furono quindi una conquista delle lotte  sindacali e hanno consentito di riportare  sui banchi di  scuola oltre un milione di operai privi di un diploma di scuola media. A cui vanno aggiunte centinaia di iniziative di “scuole popolari” promosse da parrocchie, dai centri culturali e dallo stesso sindacato. Un libro recentemente pubblicato dalle ACLI di Bergamo racconta questa esperienza, che ebbe una rilevante consistenza del bergamasco.In questi corsi e si studiava  per il diploma e  si ragionava sull’organizzazione del lavoro, sulle condizioni di sfruttamento,  sulla emancipazione, attraverso la “negoziazione collettiva”.
Le due  esperienze  coprono periodi diversi, con  soggetti diversi, con metodi diversi, ma legati da  una comune finalità e  convincimento:  la cultura, l’istruzione, il possesso della parola, come condizione  per essere un cittadino  sovrano, un lavoratore  rispettato sul posto di lavoro e nella società. Come diceva don Milani:la parola  è la chiave fatata che apre ogni porta.
Sono anche  esperienze  di  didattica nuova: creativa, che partono dal vissuto,  non burocratiche,  dove l’obiettivo era l’inclusione, la solidarietà,  la responsabilità e non; l’  individualismo e la carriera.


Lettera a una professoressa e mondo della scuola
Lettera a una professoressa fu pubblicato a giugno del 1967. Lo stesso mese Don Milani muore. Quando il libro uscì,  ebbe una grande risonanza fra gli insegnanti;   chiamati in causa come  soggetti responsabili  di una scuola di classe  che emarginava ragazzi più poveri.   Dopo una prima bocciatura del libro, anche fra gli insegnanti sono in molti a prendere coscienza che la scuola non può  comportarsi comeun ospedale che curano i sani e respinge i malati. Lettera a una Professoressa, contribuì a dar vita  ad un movimento culturale e di lotta che porterà alla riforma della scuola media nel 1979, con nuovi programmi, con il superamento di una didattica frontale e l’impegno per una scuola a tempo pieno.
Il  libro, come è noto, denunciava come nella scuola dell’obbligo, avveniva una grande selezione, bocciando oltre la metà  dei ragazzi delle famiglie più povere,  e provocando  un forte livello di abbandono dalla scuola.
Lettera a una professoressa individuava  nel  “merito” o più esattamente nel principio della cosiddetta “imparzialità”,  (allora condivisa da tutti ) il “virus” con cui si   giustificava la selezione e la strage  dei poveri nella scuola. La  Lettera” denuncia la gravità del “virus” e propone un  principio nuovo, con un insegnamento che direi “rivoluzionario”: Non si possono fare misure uguali tra ragazzi che sono diseguali e,  lo  giustifica,   richiamando l’Articolo 3 della Costituzione là dove  afferma che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli per rendere i cittadini eguali. Lo  motivava richiamando  il comportamento delle famiglie nel dare  più cura e attenzione  al figlio che ha  più difficoltà.

In alternativa, don Milani propone una scuola a tempo pieno, con nuovi programmi, nuove metodologie e  con insegnanti più motivati. (Occorre precisare che il non bocciare era riferito alla sola scuola dell’obbligo e non alla scuola secondaria o l’università). Don Milani mettendo in discussione il principio del merito,  andava a scardinare uno dei capisaldi su cui si reggeva la scuola. In tutti i paesi le leggi sulla scuola sono state  fatte dalla borghesia su misura dei propri figli. Non è casuale che la lettera non professoressa sia stata tradotta in oltre venti lingue e pubblicata  anche in Cina nei paesi arabi o in Russia.

 A nulla valsero i tentativi di una certa borghesia di far passare don Milani come un  eretico, un dittatore, un maestro che violava le leggi dello stato a tal punto che venne anche  denunciato per “apologia di reato”. A cui seguirà il processo e ne sarà  condannato a cinque mesi con la condizionale, ma il reo era già morto. L’accusa di   apologia di reato, era riferita alla difesa dell’obiezione di coscienza, Cinque anni dopo sarà riconosciuta come un diritto.
Il libro fu un riferimento nelle lotte dei  movimenti studenteschi per il diritto allo studio e contro una certa università riservato a pochi privilegiati. ( ci furono anche    distorsioni  quando Lettera venne strumentalizzato per rivendicare   il cosiddetto ”6 politico”. Una aberrazione rispetto alla scuola di Barbiana dove si studiava  12 ore al giorno  e la scuola era estremamente rigorosa e impegnativa.


Barbiana attualità di alcuni insegnamenti
La celebrazione del Centenario della nascita di don Milani ha consentito di mettere a fuoco in tanti incontri, dibattiti,studi,  gli insegnamenti  e la loro attualità. Ne riprendo alcuni:

1. La scuola deve insegnare soprattutto  a ragionare con la propria testa. E’ importante il francese, l’italiano, la matematica, la fisica.. ma soprattutto ( allora come oggi) è importante educare i ragazzi ad una cultura critica a non prendere per vero quello che vedono,  sentono o leggono.  Far capire che la cosa più importante  non è il diploma, ma la conoscenza, la cultura, il sapere, perché questo  fa la differenza tra il “cittadino sovrano” e il” suddito”.

2. I ragazzi non sono dei “secchi” da riempire di nozioni ma  candele da accendere. E’ compito dell’insegnante adottare metodologie didattiche per raggiungere questo obiettivo, nel    portare il vissuto nella scuola.   Scuola aperta sulla  città e sul mondo, scuola sul vissuto di persone,  scuola creativa in cui i ragazzi siano soggetti attivi, promotori anche sui temi che comportano anche un  rischio. Scuola che insegni a distinguere l’informazione dalla propaganda, a confrontare le informazioni per riconoscere il fake new, Utilizzare le nuove tecnologie, senza esserne dipendenti. All’insegnante è richiesto allo stesso tempo capacità professionali, umane e didattiche.. Il primo “comandamento” per l’insegnante, diceva don Milani è: voler bene ai propri ragazzi. Solo l’amore  porta all’ impegno, alla disponibilità, alla cura verso l’altro, verso il prossimo.Quest’ultima era una parola che piaceva molto a don Milani.

3. Scuola  che educa alla responsabilità , alla solidarietà, alla collaborazione.
 Scuola Inclusiva verso i più deboli: i figli delle famiglie meno abbienti e soprattutto coloro che hanno più difficoltà come lo sono i ragazzi immigrati. Scuola  che sappia  legare il passato  e futuro,.Insegnare ci ricorda Don Milani: è l’arte delicata di condurre i ragazzi sul filo del rasoio, da un lato insegnare il senso della legalità, cioè il rispetto delle leggi  e dall’altro  insegnare il senso politico,  che le leggi possono essere  cambiate migliorate, perché esistono leggi giuste e leggi sbagliate.

4. Scuola  di “ I CARE”    Nella  società come  nella vita, Ci ha insegnato a non  sentirci soggetti passivi, aspettare che siano gli altri a determinare il nostro futuro,  Al contrario possiamo e dobbiamo essere noi a determinare il futuro;  consapevoli che questo  richiede: il  “rimboccarsi le maniche”, cioè   un impegno individuale e collettivo. Solo a questa condizione   si  può migliorare la scuola, il posto di lavoro, la comunità, la società, la chiesa. Insegnamenti ostici, impopolari? Certo! Contribuire a determinare  il futuro comporta impegno e  rischi, ma è l’unica strada per realizzare un’idea, un progetto, un sogno, ci  diceva;è più difficile essere un ribelle che un conformista. Un primo impegno è far  conoscere ai ragazzi la Costituzione, i “binari” entro i quali muoversi; è lì che troviamo i riferimenti   di cosa si intende;  società  giusta e libera, diritti e doveri. Inoltre i  ragazzi, gli studenti possono rendersi conto dei diritti che sono stati conquistati e dei diritti, rimasti sulla carta e  restano da conquistare.


E noi del Terzo Millennio?
Noi viviamo in un’altra “era glaciale” rispetto a quella  vissuta  dal maestro Manzi e don  Milani. Viviamo in un mondo di transizione epocali, energetica, tecnologica,  e geopolitica, con due guerre in corso ai nostri confini, Una realtà in cui il potere è sempre più concentrato in poche mani che dispongono della finanza, dell’economia, dell’informazione e quindi in grado di manipolare  il consenso dei cittadini e annichilire i sistemi democratici.
Un’epoca in cui il valore della democrazia si è talmente appannato che solo uno cittadino su tre non va a votare, e dove uno su tre dei cittadini  che hanno votano,  dimostrano   nostalgia  d’un passato e di ideologie nazi/fasciste.

Cinque proposte che vorrei suggerire sulla scuola
La scuola  deve restare inclusiva come afferma l’articolo 3 della Costituzione La nostra società non può perdere talenti importanti tornando ad una scuola del merito,per favorire  dei cittadini che sono  già  privilegiati per essere nati in una famiglia colta, agiata e borghese. La scuola  deve riqualificarsi, migliorare il servizio reso alle famiglie. Per questo penso  sia   importante una  politica salariale che premi chi nella scuola, chi si impegna,  si aggiorna,  si rende disponibile anche a più ore di lavoro.  Insegnanti e genitori devono combattere il degrado e lo scivolamento nella scuola a livelli sempre  bassi della qualità; vuoi per mancanza di risorse o  per   difese corporativa di privilegi.  Entrambi i casi aprono la strada alla scuola privata,  dove i costi per le famiglie  e i doveri per gli insegnanti sarebbero ben superiori  agli attuali. L’obiettivo è  una scuola a tempo pieno in tutto il territorio nazionale, soprattutto nel mezzogiorno dove il tempo pieno coinvolge solo un ragazzo su dieci, mentre al nord siamo a   due studenti su tre, al centro a uno su due. Una disuguaglianza che si accentuerà se passa l’autonomia regionale.
I cosiddetti LEP (Livelli essenziali di prestazioni) altro non sono che una “foglia di fico” per coprire una scelta sbagliata  che renderà più ampie le disuguaglianze tra i cittadini e tra le regioni. E’ evidente che quando una Regione invocherà l’applicazione dei LEP  si sentirà rispondere che non ci sono le risorse…

… E sul mondo del lavoro
La globalizzazione dell’economia, ha consentito a migliaia di imprese  di trasferire  milioni di posti di lavoro  (verso la Cina e altri i paesi), allettate e “premiate” da retribuzione dieci volte più basse, nessun vincolo ambientale, e la possibilità di lasciare i  profitti l nei paradisi fiscali. In Italia i salari sono fermi da anni, il potere d’acquisto è diminuito, molti generi alimentari sono letteralmente raddoppiati. Oggi una coppia di giovani se non ha l’aiuto dei familiari ben difficilmente può accedere all’acquisto della casa. Questa globalizzazione, l’assenza di una politica per il lavoro ha creato  prima tre mercati del lavoro: il garantito, il tutelato, e il precario; ed è in quest’ultimo che che troviamo le maggiori disuguaglianze. Lavoratori con  nessuna garanzia di stipendio, di orario, di diritti e  di posto di lavoro. Sono i cosiddetti contratti precari, che durano un anno  o poco più.
La priorità  sul lavoro è  dare  certezze e dignità a questi   lavoratori  “precari”nel settore privato, come  “precari” nella Pubblica Amministrazione. Lo strumento di contrasto più efficace  è: un salario minimo garantito per legge o in alternativa un contratto erga omnes, cioè un contratto che  prevede oltre al salario  minimo per legge anche alcuni diritti.   E’ completamente falso e strumentale  affermare che  garanzie salariali minime per legge,  indeboliscono la contrattazione e il ruolo del sindacato. Al contrario potrebbe essere l’occasione per il Sindacato  di recuperare  rappresentanza dei lavoratori nelle piccole fabbriche.(Come avvenne in Francia quando Mitterand stabilì per legge un salario minimo garantito…).  Purtroppo i giovani sono coscienti e indifferenti, si lamentano ma non lottano,  sfruttano la sicurezza data dai genitori o dai nonni, ma rinunciano a   lottare per una condizione migliore  Difficilmente si potrà rimuovere una condizione di sfruttamento se manca ‘impegno dei diretti interessati. Voi come insegnanti potete fare molto per sensibilizzare i giovani a queste problematiche.


I giovani
Dimostrano una grande sensibilità ai temi dell’ambiente, la transizione energetica, ma sono  assenti sulle disuguaglianze sociali di cui sono vittima , Sensibilità che   non sfociano in presa di coscienza e protesta,  per essere   soggetti di  cambiamento. Anche il sindacato  è venuto  meno a un ruolo storico,  nel difendere chi non ha voce.  I lavoratori precari sono così rimasti isolati da tutti, dal sindacato, dai partiti e nessun movimento significativo è in atto. La cultura dell’assistenzialismo ha fatto breccia  sui giovani,  pagati per restare seduti sul divano ad aspettare una proposta di lavoro dallo Stato che mai arriverà . Assistenzialismo  in cambio di un voto clientelare.
In ogni incontro con i giovani cerco di spiegare  che l’assistenzialismo è un crimine contro di loro, contro ciò che hanno studiato, contro ciò che sono in grado di fare, di progettare, di creare. Cerco di spiegare  che le  risorse disponibili  vanno messe a disposizione di chi “si rimbocca le maniche” nel fare la dove abita,  o nel cercare un lavoro là dove c’è  una offerta. Il Lavoro ,prima di essere un reddito è dignità, L ‘assistenzialismo  crea solo passività, attesa, emarginazione.
Altro aspetto su cui rendere i giovani  consapevoli  è: crescente debito pubblico,  che compromette il loro futuro, già oggi gli interessi pagati sul debito hanno un costo pari all’intero bilancio della scuola.Un debito che già oggi compromette le risorse per la scuola per la salute, per la previdenza…

L’immigrazione
L’immigrazione irregolare è divenuta un problema  in tutti i paesi, da un lato assistiamo a strumentalizzazioni politiche. Dall’altro l’immigrazione regolare è una esigenza per coprire posti di lavoro non più coperti  dai lavoratori locali o da una natalità precipitata paurosamente.
I respingimenti possono frenare l’immigrazione irregolare ma non possono fermarla, per questo occorrono percorsi di integrazione sia dei bambini  che degli adulti  il primo passo è conoscere la lingua italiana.

Penny Wirton: scuola a tu per tu
All’esperienza di alfabetizzazione del maestro  Manzi e Milani occorre aggiungere un terzo nome: Penny Wirton: Una  scuola dove:a tu per tu un immigrato (bambino o adulto) impara la lingua italiana. E’ un ragazzo immigrato ad aver dato il  nome  a questa originale  esperienza di scuola gratuita per coloro che non conoscono l’italiano.  Seduti allo stesso tavolo o banco , uno di fronte all’altro, c’è un immigrato e un italiano che può essere  studente,  pensionato,una casalinga.
Il luogo può essere l’aula di una scuola,  una stanza della canonica, una sala della  biblioteca o il garage di un condominio.  Una delle esperienze più significative   è a Roma   si tiene in un garage di un condominio, con volontari che dedicano due giorni la settimana a questa mission.   Sono già un centinaio le scuole che seguono la didattica del “tu per tu”  e già si sono date un coordinamento. In molte realtà in cui viviamo,  sono presenti, adulti e bambini immigrati,  Perché non sperimentare nella scuola  questa  esperienza Penny Wirton ? Dove: a tu per tu, si  insegna e si impara   senza voti e pagelle la lingua italiana. Una didattica  che  può favorire l’integrazione del bambino nella scuola e dell’adulto nella comunità.  Ogni  esperienza, come  insegnano i due  maestri  parte  da una idea  e dal “rimboccarsi le maniche”.

3 – Fine
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